Ben detto: “Se la stampa regionale non recupererà il suo ruolo naturale, andremo incontro a un futuro molto triste per la nostra regione”. D’accordo, on. Gaspari. Una conclusione, la sua, che dice tutto. Non c’è molto di più da aggiungere. Solo da scoraggiarsi: il cammino per risalire è lungo e difficile. Come si fa ad invertire la rotta? A cambiare le abitudini, abbattere le convivenze? Come si fa a rinunciare ai privilegi e al quieto vivere? Ormai, stampa e informazione non sono più quel che si diceva “il contropotere”, come era scritto nei vecchi manuali di giornalismo. Sono diventati un comodo tappetino per rendere facile la vita a chi ci governa. Una conferma? Basta guardarli, i nostri “padroni del vapore”, quando vengono intervistati. Davanti ai microfoni e ai taccuini fanno trasparire la loro “puzzetta” sotto il naso. Soddisfati, beati, sorridenti. Anche se, per come vanno le cose, c’è sempre meno da sorridere.
E poi quello che dicono, cioè i contenuti, ma anche come lo dicono. Recitano invariabilmente la parte di chi ha la “ricetta” in tasca, per mettere a posto il mondo. Le cose vanno sempre peggio? “Lorsignori” non c’entrano, naturalmente. Tutta colpa degli avversari e dei predecessori. E cronisti e intervistatori stanno puntualmente lì “per confermare”. Con microfoni e taccuini sempre attenti. Scomparsi i giornalisti - annota l’ex ministro Gaspari - sono rimasti i cronisti. E’ vero. Se le tirature dei giornali scendono, dipende anche dal
tramonto di quel mitico personaggio che sapeva scavare e raccontare, cercando la verità. Senza paure. Senza cedere neppure davanti al fuoco brigatista o alle lusinghe di chi gli offriva i privilegi di uno scranno da senatore a vita. Ricordate il grande Indro? Insomma, prima di tutto, missionario della verità, estremo difensore della propria indipendenza. Nemico inflessibile di ogni condizionamento del potere comunque espresso. Così, ieri, ai tempi del cosiddetto giornalismo d’inchiesta. Quando il valore
del giornalista si misurava, come insegnavano i vecchi maestri del “mestieraccio”, dalla quantità di suole consumate lungo i tortuosi sentieri dei fatti e degli eventi.
Oggi, invece? E’ tutto un altro discorso. In prima linea troviamo giovani improvvisati di buona volontà. Fanno presto a scoprire, che lavorando per la cronaca (non parliamo di giornalismo), il precariato è più forte e invincibile che altrove. Capiscono che microfoni e taccuini “amici” aiutano, però, per frequentare il Palazzo. Ciò che, spesso, spiana la strada verso il “posto fisso”. Uno qualsiasi. Il giornalismo, ormai senza maestri e discepoli,
è un’altra cosa. Le nuove leve cambiano strada volentieri. Magari per un più facile posticino da “addetto stampa”. Un promettente compromesso che i più vedono come un “sogno”. Un “pass” per “fare il mestiere” nelle confortevoli stanze del Potere. Questa la musica, oggi. Né si parli di qualità dell’informazione servita dai giornali, grandi e piccoli, e dalle televisioni. Un bel “menu” quotidiano.
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