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venerdì 5 gennaio 2007

Miserie e nobiltà di un «Premio»

Le strane cose della “Repubblica delle lettere”. Siamo nel bel Paese dove quasi nessuno legge e molti scrivono. Lo ricordano le statistiche: in milioni di famiglie italiane non entra mai un libro. Ma le case editrici, piccole e grandi, sfornano titoli senza sosta. Non leggiamo, ma scriviamo. E, allora, via con i premi letterari. Ce ne sono tanti, troppi e in ogni angolo, per tutti i gusti. Ne ha uno, ormai quarantenne, anche Teramo, piccola città tranquilla della media provincia italiana. Dove, appunto, pochi leggono, molti scrivono. “Il premio per un racconto inedito” ha una sua storia da vantare e rivendicare. Glorie passate, ma bastano per affrontare il futuro? Serve un premio così? Sul tema, in città, si è aperta la polemica. Qualcuno presenta il conto, per concludere che si spende troppo: più o meno 60.000 euro prelevati dalle casse pubbliche. Scende in campo il sindaco Gianni Chiodi in persona e tira fuori i numeri: abbiamo speso molto meno di chi ci ha preceduto. Una polemica fatta apposta per sviare dal tema centrale. Questo: serve un premio letterario così? Risposta attendesi. Intanto, se consentito, diciamo la nostra sulla questione della spesa. Eccessiva per risultati e ritorni che ora nessuno vede. Modesta, invece, se l’iniziativa dovesse avere un riscontro visibile e reale. Al servizio della cultura, delle lettere e del territorio. O di chi, altrimenti? E’ pretendere troppo? Viceversa, a cosa deve tendere un premio, pagato con i soldi di tutti? Senza disturbare nessuno, diciamo che certe passerelle “inter nos”, è meglio chiuderle. Concluso il primo ciclo, urge pensare a qualcosa di diverso per il quarantennio che verrà. O no?

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