Nessuno vede. Nessuno sente. Per anni. E’ come se il muro dell’indifferenza e della rassegnazione dovesse seppellire ogni vergogna. Poi, improvvisamente, si apre il sipario e l’ospedale appare per quello che è: un’infernale bolgia dantesca. E’ accaduto per l’Umberto I di Roma. Ma il film potrebbe ripetersi in qualsiasi angolo di questo civilissimo Paese. Come dimostra l’inchiesta ministeriale, subito estesa in tutta Italia.
Una lunga storia fatta di misfatti, denunce, archiviazioni. E silenzi. Con i pazienti visitati in bagno, con cento malati ricevuti in sei stanze, trappole per topi sotto i letti, tangenti sui lavori, un alto deficit di igiene e sicurezza nei reparti. Nel labirinto della malasanità del Policlinico Umberto I di Roma, troviamo la solita “tragicommedia all’italiana”. Dentro c’è un po’ tutto l’andazzo nazionale. Meno i controlli. Fra tanto squallore, per fortuna, si intravvede anche un raggio di luce. Considerato il livello di rassegnazione, quanto tempo ancora le vergogne di quell’ospedale sarebbero andate avanti? E’ stata una coraggiosa inchiesta giornalistica de L'Espresso a far “saltare il tappo”, dicevamo. Soprattutto, a dare una scossa alla macchina dell’indignazione, dei controlli e, vogliamo sperare, dei rimedi. Diciamolo, allora: quando politica e autorità dello Stato sono assenti, molto può fare il cosiddetto giornalismo d’inchiesta, spesso invocato e che pochi praticano. Mentre potrebbe essere la strada maestra per tornare a far crescere il numero dei lettori e restituire credibilità al giornalismo nel suo insieme. La bufera attorno all’Umberto I è una buona occasione per trarre utili conclusioni. A vantaggio della nostra malandata democrazia. Che assicura un posto in una lussuosa clinica privata a Lorsignori e, per noi, “l’inferno” di certi ospedali. Ricordiamolo: il giornalismo d’inchiesta non può essere “una tantum”. Deve andare avanti. Nella sanità e ovunque. Viceversa, una rondine non farà primavera.
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