Quei quattro ragazzi morti la notte del 18 marzo 1959. Berardo Cavarocchi, Lugi Forti, Pasqualino Frezza e Angelo Galbo ricordati da Comune e associazione Teramo Nostra. La ”città della memoria” ha reso omaggio agli universitari che morirono per un ideale che, allora, sembrava irrealizzabile. Il sogno per avere, finalmente, un ateneo, un centro di studi accademici. Almeno uno. Poi, dopo quelle lotte e quelle battaglie, in Abruzzo arrivarono “le università”. Troppe, forse.
Diciamo grazie, per queste conquiste, a quei quattro che persero la vita per vedere realizzato un sogno. Allora lontano. No, non fu la solita strage del “sabato sera”. Come, purtroppo, vediamo oggi. Protagonisti giovani che tornano (quando tornano) dalla discoteca. Una tragedia “diversa”, quella di 48 anni fa. Forse un po’ di velocità, per l’ebbrezza di viaggiare a bordo d’un’auto presa a nolo. Ma niente alcol. Neanche a parlarne, niente droga.
Tempi lontani e diversi. Stava per esplodere il mitico “ boom Anni ’60” con il miraggio della Fiat 600. Con i primi juke-box, nei locali e sulle spiagge. I giovani abruzzesi si divertivano così. Intanto, affrontavano con serietà i problemi del futuro.
Per la loro terra - lontana e irrangiungibile- rivendicavano un centro di cultura (l’università) e un punto di aggregazione civile (un quotidiano). Fatti dagli abruzzesi per gli abruzzesi. Emigranti per lavoro, i giovani allora si sentivano “nomadi”. Anche per gli studi e la cultura.
Studiare, laurerarsi? La strada era già segnata. Quella dei loro padri: Roma, Bologna, Milano. Naturalmente, per i pochi che potevano permettersela. Come sempre. Quei quattro universitari persero la vita per dare a tutti i coetanei un diritto. Che, allora, era il lusso di pochi privilegiati: studiare. Bando alla "valigia accademica". Per cancellare ritardi e arretratezze secolari.
Retorico concludere che, dal sacrificio di quelle giovani vite, spuntò l’alba di un Abruzzo più colto e civile?
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